Ci sarebbero molte cose da dire sul “V-Day” italiano, enfatizzato da governo e media con toni trionfalistici, francamente sproporzionati. L’arrivo delle prime dosi sul camion ripreso dalle telecamere ci ha ricordato quando nei film western alla fine arrivava la cavalleria. Senz’altro si tratta di una tappa importantissima nella lotta al virus, ma ancora non possiamo cantare vittoria e considerare conclusa la stagione della pandemia. Per varie ragioni: la copertura dal ricevere e diffondere il contagio garantita dai vaccini attualmente a disposizione, le quantità disponibili, per ora poche a confronto con altri Paesi. Ci sono poi anche questioni più prosaiche relative alla trasparenza e congruità nell’acquisto dei medicinali e delle altre strumentazioni necessarie. Sarà necessario seguire con attenzione la faccenda, per tutelare al meglio l’interesse nazionale. Ma già solo parlando della questione dal punto di vista del mondo del lavoro – ovvero quello di stretta pertinenza del sindacato – ci sono diverse puntualizzazioni necessarie da porre all’attenzione di decisori politici ed opinione pubblica, per cercare di gestire al meglio la campagna di vaccinazione. I vaccini sono arrivati, solo quelli Pfizer-BioNTech, solo poco più 9mila dosi. Ne arriveranno altre nei prossimi mesi, insieme ad altri vaccini prodotti da diverse aziende. Il nostro personale sanitario sarà quello che, in prima linea, dovrà gestire la campagna e, per fare in modo che le cose vadano bene, innanzitutto sarebbe necessario chiarire meglio da parte di governo, Cts e commissario, che non ci sono al momento dosi sufficienti a coprire le richieste di tutta la popolazione. Altrimenti a dover replicare – negativamente – alle richieste dei cittadini non appartenenti alle categorie che avranno accesso prioritario al vaccino dovranno essere gli operatori sanitari che si interfacciano col pubblico, già troppo spesso chiamati a rispondere di inefficienze provocate da altri. Poi, il nostro personale sanitario, già oberato dalle normali attività, alle quali si sono aggiunte quelle straordinarie dovute al diffondersi del Covid, dovrà essere messo in condizione di poter ottemperare anche a questo nuovo compito. Per ora sono state previste delle assunzioni a tempo determinato, nove mesi, per 3mila medici e 12mila infermieri. Si poteva come al solito agire con maggiore tempestività, le selezioni devono ancora iniziare, e fare di più, ad esempio prevedendo assunzioni stabili e non precarie, dato che se qualcosa abbiamo capito da questa pandemia è che occorre investire di più e meglio in sanità pubblica. Poi sarà doveroso garantire a tutti i lavoratori del settore, pubblici e privati – dai medici agli infermieri, senza dimenticare tutti gli altri operatori delle strutture sanitarie e anche assistenziali – l’accesso prioritario al vaccino in modo da poterlo assicurare a tutti, poiché, come purtroppo testimoniano anche i numeri delle vittime causate dal Covid fra queste categorie nei mesi della pandemia, sono loro che per primi rischiano il contagio, mentre operano a tutela della salute di tutti noi. Insomma, oltre al “V-Day”, bisognerebbe organizzare per tempo e bene – almeno stavolta – anche gli altri giorni dell’anno.
Sicurezza, non solo contro il Covid
In questi strani giorni di festa dominati dai timori per vecchie e nuove varianti del Covid, con lo scattare della “zona rossa” nazionale, saremo sottoposti a delle regole stringenti per limitare spostamenti ed evitare assembramenti. Saranno vietate perfino le tradizionali riunioni casalinghe con amici e parenti per festeggiare insieme il Natale. A vegliare sul rispetto delle normative, verranno schierati su tutto il territorio nazionale 70mila agenti. Tutto giusto, nonostante le regole siano troppo severe in alcuni casi e lassiste in altri e nel complesso piuttosto contorte, dobbiamo comunque evitare, anche a costo di grandi sacrifici sul piano personale ed economico, l’arrivo di una possibile “terza ondata”. I cittadini, però, sono piuttosto esasperati e con tutta probabilità anche molti degli stessi agenti impegnati nei controlli natalizi. Il motivo è presto detto. Ben venga un corposo schieramento di forze dell’ordine a combattere il virus, ma ne servirebbe uno altrettanto significativo, e forse ancor di più, a presidiare i nostri territori e a difenderli dalla criminalità grande e piccola che infesta il nostro Paese. Da marzo ad oggi abbiamo visto in azione droni, posti di blocco e pattugliamenti a controllare, identificare e multare runner, padroni di cani a passeggio, vacanzieri. Adesso i parenti in visita col panettone in mano. Benissimo, il virus è un nemico insidioso e la prudenza non è mai troppa. Ma difficilmente questo rigore sarà ben accolto dai cittadini se non si vedrà altrettanta solerzia da parte del Ministero dell’Interno, da cui dipendono gli agenti, e del governo tutto per estirpare quelle situazioni di illegalità, molte delle quali incancrenite e quindi facilmente individuabili, che turbano la sicurezza della cittadinanza. Piazze di spaccio, insediamenti di clandestini, magari con in tasca un foglio di via, baraccopoli gestite da caporali per sfruttare il lavoro in agricoltura e non solo, sfruttamento della prostituzione, stazioni ormai diventate pericolosi crocevia del malaffare. Per non parlare poi della criminalità organizzata che imperversa, ancora di più adesso sfruttando la crisi Covid, in tutta Italia. Si vedano gli ultimi fatti di Milano, l’uccisione di un medico in strada, a cento metri dalla stazione Centrale. Un caso tutto da chiarire e sul quale si sta investigando, ma che – messo insieme a molti altri – rende l’idea del clima di insicurezza che si respira da un po’ di tempo a questa parte nelle nostre città. Insomma, accettiamo di buon grado la presenza di migliaia di agenti in strada per controllare i cittadini durante le feste, ma in Italia c’è bisogno di altro. Anche così, con una giusta ed equa amministrazione della sicurezza pubblica, oltre che con gli interventi economici, si mantengono, in un momento come questo di profonda crisi, la coesione sociale e una serena convivenza civile.
Variante nuova, errori vecchi
Alle porte del Natale, con una popolazione già provata dalla crisi sanitaria ed economica e dalle restrizioni imposte per il periodo delle festività, ecco arrivare un’ulteriore brutta notizia: nel Regno Unito – proprio il Paese che per primo aveva iniziato la campagna di vaccinazione e che quindi si pensava potesse essere il primo anche ad uscire dall’emergenza Covid – è stata scoperta una nuova variante del Sars-Cov-2, ovvero una mutazione del virus che da mesi semina lutti e ci tiene tutti in ostaggio. Una variante, dicono gli esperti, che non è più letale, ma maggiormente contagiosa, ancora tutta da studiare e che, anche se gli scienziati tendono a ridimensionare quest’ultima preoccupazione, potrebbe mettere in discussione i protocolli di cura ed i vaccini messi a punto finora, dato che queste risposte erano tarate sulla “vecchia versione” del Covid. La diffusione della mutazione del virus sarebbe già «fuori controllo», specie a Londra e nel sud est dell’Inghilterra. L’Oms ha affermato di seguire da vicino la situazione, in collaborazione col governo di Boris Johnson, mentre l’Unione Europea ha invitato a riunire urgentemente l’Ipcr, il meccanismo di gestione politica delle crisi. Nel frattempo alcuni Stati, europei e non solo, fra questi anche il nostro, si sono mossi autonomamente, mettendo il Regno Unito in “isolamento”, con voli sospesi, spostamenti via terra bloccati, quarantena per le persone arrivate dalle isole britanniche. Già però si contano casi di persone contagiate dalla “variante inglese” in varie parti del mondo e anche in Italia. Si inizia a ipotizzare che la nuova forma virale sia iniziata a circolare già dallo scorso settembre, rendendo così, di fatto, tutte le contromisure prese in questi giorni tardive se non completamente inutili. Ora, pur comprendendo la difficoltà della situazione, possibile che si stia ripetendo – esattamente – quanto accaduto a febbraio, con ora il Regno Unito al posto dell’allora Cina? Nessun organismo sanitario nazionale e internazionale capace di lanciare l’allarme in tempo utile. Nessun coordinamento tempestivo delle risposte, se non in tutto il mondo, almeno a livello Ue, per bloccare in tempo gli arrivi, evitando, come non si evitò lo scorso inverno, la possibilità di scali intermedi capaci di confondere la tracciabilità delle provenienze. Con l’amara sensazione, anche stavolta, l’ha dichiarato persino il virologo Galli, di «chiudere la stalla quando i buoi sono scappati». L’ipotesi di dover ricominciare una nuova battaglia contro questa nuova versione del virus, già provati da quella, niente affatto conclusa, contro quella vecchia, non può che generare ansia e preoccupazione. Non è questione di populismo, né il desiderio di criticare ad ogni costo il Governo nazionale, il ministero della Salute, l’Oms e l’Unione europea: di fronte a simili inefficienze, servirebbe però, e con urgenza, una riflessione approfondita sul ruolo di enti e istituzioni che con tutta evidenza anche stavolta stanno dimostrando di non essere in grado svolgere in modo efficace i propri compiti.
Un cambio di passo, ma per andare dove?
Non sono pochi gli italiani che sarebbero sorpresi e felici nel trovare sotto l’albero un regalo tanto desiderato quanto inaspettato, fatto poi da quel “parente” antipatico che di solito non porta nulla di buono. Non si parla certo di un abito costoso o dell’ultimo modello di cellulare, ma della caduta dell’ormai famigerato governo Conte 2 e a portarla in dono potrebbe essere quel cugino toscano un po’ sbruffone, ovvero l’ex segretario del Pd ed ora leader di Italia Viva, Matteo Renzi. Se la gran parte dei media dipinge la fine dell’esperienza giallorossa come un trauma irrecuperabile per il Paese, la realtà è invece un’altra. Le norme democratiche garantirebbero un passaggio di consegne ordinato verso un nuovo esecutivo o anche verso eventuali elezioni: si è votato negli Usa, in piena pandemia, perché non da noi? Non solo: la gran parte dei cittadini, di ogni estrazione sociale, di ogni settore lavorativo, di ogni area del Paese – fatti salvi i soliti fan dei quartieri bene e delle redazioni dei giornali – è sempre più insoddisfatta della gestione sanitaria, sociale ed economica della crisi Covid portata avanti da Conte e dai suoi. Arroccati a Palazzo Chigi a suon di Dpcm, con il risultato di contagi diffusi, il numero più alto di vittime in Europa ed anche uno sfacelo pressoché totale dal punto di vista sociale ed economico. Si potrebbe finalmente voltare pagina per approdare verso una gestione più partecipata, maggiormente rispondente alle reali dimensioni politiche dei partiti di cui sono emanazione i decisori al governo, quindi con una migliore connessione con i cittadini e le loro problematiche personali e lavorative. Ma, purtroppo, troppo cresciuti per credere ancora nelle favole natalizie, pensiamo che questo desiderio difficilmente si avvererà. Più probabile che gli ultimatum di Renzi per un “cambio di passo” nell’esecutivo portino a risultati ben diversi. Gli oggetti del contendere, sui quali ancora non è stato trovato un accordo dopo il breve incontro di ieri sera, sarebbero infatti da un lato la gestione dei fondi provenienti dall’Europa, la famosa cabina di regia per il Recovery Fund, ma soprattutto l’adesione all’altro strumento economico europeo, sul quale noi dell’Ugl abbiamo sin da subito manifestato fortissime perplessità, finora schivato per il rotto della cuffia, il Mes. Insomma, si inasprisce il braccio di ferro sul Meccanismo Europeo di Stabilità. Il leader di Italia Viva è stato quanto mai chiaro, dando per scontata la volontà anche del suo – ex – partito, il Pd, di aderire al Mes. Resta lo scoglio dei grillini, contrari, ma ormai sempre più deboli e schiacciati sulle posizioni dei dem, intenzionati a mandare avanti il governo ad ogni costo. Cederanno anche stavolta? Staremo a vedere. Nel frattempo gli italiani ancora attendono il Dpcm di Natale e sperano in quel regalo inaspettato da trovare sotto l’albero.
Finalmente liberi
I diciotto marittimi imbarcati sui pescherecci italiani “Antartide” e “Medinea”, partiti da Mazara del Vallo e sequestrati lo scorso primo settembre dalle milizie del generale Haftar, dopo essere stati trattenuti per oltre cento giorni con accuse infondate, probabilmente allo scopo di ottenere uno scambio di prigionieri con alcuni scafisti libici detenuti in Italia, sono finalmente liberi. A dare bella notizia, confermata dagli stessi familiari dei pescatori, sono stati il presidente del Consiglio Conte, e il ministro degli Esteri Di Maio, che stamattina sono volati verso il Paese nordafricano per concludere le trattative che hanno portato alla scarcerazione, tanto da posticipare gli altri impegni – urgenti – di governo, direttive di Natale e confronto con Renzi compresi. Attualmente i diciotto uomini sono prossimi al ritorno in Patria. Sono stati, infatti, prima trasferiti dal carcere di el Kuefia per essere ospitati in un edificio militare di Bengasi nei pressi del porto, poi sono tornati a bordo delle loro barche, e, navigando verso Mazara, entro stasera dovrebbero rimettere piede sul suolo italiano. Tutti noi dell’Ugl, che abbiamo sempre seguito con attenzione e partecipazione il caso, siamo lieti che questa brutta avventura si stia concludendo in modo positivo e siamo certi che tutti gli italiani la pensino allo stesso modo. Possiamo solo immaginare l’immensa gioia delle famiglie, che forse non speravano più di poter riabbracciare i propri cari entro Natale. Insomma, un’ottima notizia, un segnale di speranza in un momento difficile per tutta la Nazione. Anche se, con un po’ di scaramanzia, preferiremmo aspettare il loro arrivo, prima di poter considerare conclusa la faccenda. Si potrebbe dire che altri Stati hanno fatto prima e meglio, quando si sono trovati in situazioni simili, si potrebbe notare il curioso tempismo che ha fatto sbloccare le trattative proprio durante la più profonda crisi di governo da quando sono nati i giallorossi, si potrebbero mettere sui piatti della bilancia a pesare le capacità del governo, da un lato l’esito favorevole sebbene tardivo di questa vicenda complicatissima, dall’altro le tante manchevolezze che stanno rendendo sempre più difficile gestire, dal punto di vista sia sanitario che economico, la pandemia in corso. Certamente ci aspettiamo che vengano chiariti in modo esauriente i dettagli della trattativa che ha portato alla liberazione dei pescatori, nella speranza che sia stata condotta in modo utile non solo alla scarcerazione dei marittimi, ma anche alla complessiva tutela dei nostri interessi nazionali. Questioni, tutte queste, che dovranno necessariamente essere approfondite nei prossimi giorni. Oggi, comunque, è una giornata felice per l’Italia, perché finalmente i nostri connazionali, i pescatori prigionieri da mesi in Libia, stanno tornando a casa.
Un’attesa deleteria
Mancano meno di dieci giorni a Natale e gli italiani, col fiato sospeso, attendono di sapere cosa potranno o non potranno fare durante le feste. A livello personale, se sarà consentito far visita al nonno che abita nel Paese a fianco, se si potrà incontrare qualche amico per gli auguri, quanti dovranno essere gli invitati per la Vigilia, a che ora si festeggerà la nascita del Bambinello. Perché queste sono le pericolose azioni che potrebbero generare la terza ondata, non le carenze del sistema sanitario, compreso il giallo sul piano pandemico, e nemmeno il tempo perso per la modernizzazione di trasporti e servizi. Sempre che poi non si pretenda, come avvenuto con lo shopping natalizio incentivato dal cash back governativo, che una volta stabilite delle norme, poi gli italiani, invece di rispettarle, come dovrebbero fare dei “bravi cittadini”, si autoimpongano regole più restrittive per sollevare il governo da ogni responsabilità. Pena, in caso contrario, ossia di semplice esecuzione dei deliberata di Conte e soci, l’essere considerati dei pericolosi untori o peggio dei “negazionisti”. Sarebbe comico se non fosse tragico, dato il fatto che siamo lo Stato europeo con più vittime da Covid, senza che a nessuno dei maggiori commentatori venga in mente il fatto che forse Speranza, Arcuri e gli altri abbiano commesso qualche – seppur minimo – errore. Non solo: sapere quali saranno le regole potrebbe forse aiutare i molti nostri concittadini che saranno investiti dai divieti non solo sul lato privato, ma anche sul versante lavorativo: specie i commercianti, ormai vero e proprio bersaglio mobile delle politiche governative, ai quali non è stata concessa neanche la possibilità di programmare spese, rifornimenti, tantomeno assunzione di personale in previsione dell’apertura o un profilo più basso in caso di – ormai probabile – chiusura dei propri esercizi. Forse, se il Consiglio dei Ministri infine riuscirà a trovare un accordo fra le diverse componenti, sempre più litigiose fra loro, tra vertici, verifiche e minacce di crisi, dovremmo finalmente apprendere cosa ci aspetterà per questo anomalo Natale 2020. Nel frattempo, gli italiani aspettano anche di conoscere il contenuto definitivo di due strumenti primari di politica economica: la legge finanziaria, che deve passare al vaglio delle Camere, e la pianificazione del Recovery Plan. Attraverso entrambe queste misure, essenziali per il nostro Paese, conosceremo i piani del Governo per superare l’emergenza sanitaria ed affrontare la crisi economica. Servirebbe un serio e puntuale confronto con le parti politiche e quelle sociali per impostare azioni efficaci, tenendo conto delle diverse esigenze e cercando di evitare passi falsi. Ma il dialogo langue, anche se l’Ugl ha idee chiare e proposte concrete che vorrebbe mettere a disposizione del Paese. Intanto abbiamo inviato le nostre osservazioni ai rappresentanti del centro destra, nostri naturali interlocutori, grazie anche all’incontro con il leader della coalizione e della Lega, Matteo Salvini. Noi ci siamo, per una finanziaria più equa, per una gestione efficace delle risorse che dovrebbero arrivare dall’Europa. Il Paese ha bisogno di risposte certe, rapide e soprattutto utili a innescare una ripresa, non solo economica, ma anche – dopo mesi così difficili – sociale e civile.
Le immagini e la realtà
Uno studio appena pubblicato sulla rivista scientifica Sustainable Cities and Society, riportato dal Corriere della Sera, realizzato dai due ricercatori del Politecnico di Milano Paolo Beria e Vardhman Lunkar, avrebbe svelato un’importante verità in merito al famoso esodo avvenuto tra il 7 e l’8 marzo scorsi da Nord a Sud Italia. Non solo non ci sarebbe mai stato ma «dalla Lombardia non si è osservato un significativo spostamento della popolazione dal Nord al Sud Italia», se non «nell’ordine di poche migliaia di persone». C’è dell’altro: l’ordine di restare a casa è stato osservato in maniera massiccia; tra le città e altre aree del Paese non ci sono stati spostamenti significativi, se si escludono Valle D’Aosta e Trentino; il calo della popolazione nelle grandi città, compresa Milano, andrebbe attribuito all’assenza dei pendolari, quotidiani o settimanali, rimasti nelle proprie zone di residenza.
Le ricordate ancora le immagini di quell’esodo, a quanto pare mai avvenuto? Un vero e proprio assalto ai treni, code e folla. Immagini che hanno creato una «perdurante percezione», che continua a suggestionare tutti. Ministri rigoristi e premier sono preoccupati che le restrizioni imposte per Natale e Capodanno, da una parte, non possano bastare – alla luce di altri assalti (saranno reali nella loro entità, a questo punto?) avvenuti lo scorso fine settimana nei negozi e nelle strade del centro nelle grandi città – e che potrebbero spingere gli italiani a rifugiarsi nelle seconde abitazioni o da parenti lontani centinaia, migliaia, di chilometri. Qualcosa che ancora non è avvenuto ma che, insieme ai (presunti?) week end di folla e al lockdown totale scelto dalla Germania, giustificherebbe un ulteriore inasprimento delle regole. Regole che è lo stesso Governo italiano a modificare, ad alleggerire e poi restringere. Ma la differenza rispetto ai tedeschi è sostanziale: questi ultimi hanno beneficiato di 194 miliardi di erogazioni pubbliche in più rispetto agli italiani, ricevendole in pochi giorni, mentre molti nostri connazionali stanno ancora aspettando.
Dunque visto che non ti posso convincere con le buone, perché non ne ho da distribuirne, ti convinco con le cattive? «Non possiamo abbassare la guardia», avverte oggi Conte indicando come il numero di morti in Italia nel 2020, oltre 700.000, sia lo stesso del 1944. Salvo poi scoprire dal presidente dell’Istat, Gian Carlo Blanciardo, ospite di Agorà che nel 2019 i morti sono stati 647 mila.
Dunque l’esito della ricerca dei due studiosi del Politecnico, insieme ad altre “amene” notizie, fa riflettere e non può non far pensare, più che a una banale fake news, alle tecniche di manipolazione di massa, individuate da Noam Chomsky, scienziato e attivista politico molto caro alla sinistra.
I miracoli di Joe e Kamala
In effetti, come non concordare con Time? A rappresentare degnamente un’annataccia come questo 2020, di pandemia, lockdown, crollo economico e disgregazione sociale in tutti i paesi dell’Occidente, il prestigioso settimanale non poteva scegliere persone più adatte: Joe Biden e Kamala Harris. Sono loro, infatti, il nuovo Presidente Usa e la sua vice, in coppia, le “persone dell’anno” secondo la famosa rivista statunitense. Certo, di solito per ogni elezione per la Casa Bianca vinta c’è una copertina dedicata, così è stato per tutti i presidenti sin dai tempi di Roosevelt, ma stavolta l’intenzione della testata, di proprietà dell’imprenditore Benioff, schierata, come praticamente tutti i mass media, in modo militante contro Trump, sembra quella di voler investire il “duo” – non il solo presidente eletto, figura piuttosto debole e priva di carisma, ma anche la Harris, chiamata a dare maggior forza al mandato di Biden – del ruolo di nuovo campione del mondo democratico, come fu a suo tempo per Barack Obama. Solo che per farne uno, di campione, sono servite due persone, infatti a Joe Biden spetta il primato di essere l’unico presidente eletto ad essere stato affiancato dal proprio vice nella copertina di prassi. La rivista si dichiara indipendente, ricorda di aver sempre scelto i protagonisti da insignire del titolo di “persona dell’anno” in base alla loro importanza, al loro essere decisivi per la vita di milioni di persone, nel bene o nel male, e non per simpatia – ai loro tempi furono scelti anche Hitler e Stalin, ad esempio – ma la sensazione è che anche il Time riponga molte speranze nella coppia chiamata a prendere il posto di Trump: «Il ticket Biden-Harris rappresenta qualcosa di storico: la persona dell’anno non riguarda soltanto quello appena passato, ma anche dove siamo diretti. I prossimi quattro anni saranno un test enorme per loro e per tutti noi, e vedremo se riusciranno a riportare l’unità che hanno promesso», così il direttore della testata, Edward Felsenthal. Staremo a vedere. Per il momento Biden – con l’appendice della Harris, a questo punto d’obbligo – può già vantare di aver portato all’America e al mondo grandi successi: le manifestazioni del Black Lives Matter sono infatti miracolosamente scomparse non appena eletti, pacificati i rapporti fra cittadini neri e forze dell’ordine al solo passaggio di consegne alla Casa Bianca. Il vaccino contro il Covid-19, altrettanto prodigiosamente, dopo essere stato studiato per mesi, è saltato fuori proprio in concomitanza con il cambio della guardia ai vertici Usa. E i più maligni, fra cui l’ex presidente americano, annoverano fra i prodigi del duo anche quello di aver moltiplicato non i pani e i pesci, ma gli elettori, e persino di aver resuscitato qualche morto per permettergli di votare per i democratici. Di questo passo, se la coppia presidenziale avrà anche l’ardire di rinfocolare qualche conflitto nelle aree più calde del mondo, come fece per l’appunto Obama, potrà anch’essa, sempre in tandem chiaramente, aspirare – perché no? – al Nobel per la Pace.
Se permette, ministro Di Maio
La speranza di molti nostri connazionali è quella di veder abolito l’assurdo divieto di spostamento fra Comuni introdotto dall’ultimo Dpcm solo per le giornate di Natale, Santo Stefano e Capodanno. Il Governo, sommerso dalle critiche dopo un simile svarione natalizio, in calo di consensi, diviso al suo interno ed anzi addirittura traballante in Parlamento, sembrerebbe intenzionato a fare marcia indietro. Ce lo auguriamo tutti, per consentire un po’ di serenità durante le feste più sentite dalla gran parte degli italiani. Del resto questa è stata una delle misure peggiori fra quelle prese negli ultimi tempi da Conte e dai suoi. Una decisione dall’aria punitiva, sbilanciata, con l’equiparazione delle grandi città ai Comuni anche piccolissimi, del tutto inutile al fine di bloccare i contagi, dato che sono possibili moltissimi spostamenti in tutti gli altri giorni per motivi di lavoro o altro. Non sarà certo un pranzo, con i parenti o gli amici più stretti, con le cautele che tutta la popolazione o almeno la gran parte ha sempre dimostrato in questi mesi, a generare la “terza ondata”. Piuttosto l’Esecutivo si desse da fare nei campi di propria pertinenza, onde mettere il Paese nelle migliori condizioni possibili al fine di affrontare il Covid, senza oltrepassare i limiti che tutelano le nostre libertà. Sembra, invece, che ad alcuni esponenti del governo la pandemia in corso, lo stato d’emergenza, i Dpcm à gogo con la possibilità inedita di sconvolgere da un giorno all’altro la vita di milioni di italiani abbiano dato un po’ alla testa. Fra questi, il nostro ministro degli Esteri, Luigi Di Maio. Invece di preoccuparsi di questioni più pertinenti alla sua carica – una fra tutte, la liberazione dei nostri pescatori ancora prigionieri in Libia – ieri ha pensato bene di intestarsi la marcia indietro sugli spostamenti fra Comuni nei giorni festivi, con un post sui social del tutto inopportuno. «A Natale e Capodanno permettiamo ai nostri concittadini di spostarsi tra i piccoli comuni». Questo il testo, senza neanche l’aggiunta di un punto esclamativo. In attesa di una comunicazione ufficiale da parte del Governo, per ora il divieto è ancora in piedi e non è risultato affatto chiaro se quella del ministro fosse una presa di posizione indirizzata a Conte e Speranza – ma non poteva dirlo nel corso del Cdm, dato che il suo è, fra l’altro, il partito di maggior peso all’interno della maggioranza? – o, piuttosto, un’anticipazione di quanto verrà messo a breve, secondo indiscrezioni, nero su bianco. Molte polemiche ha poi suscitato il verbo scelto: “permettiamo”. A tanti è suonato piuttosto fastidioso, sembrando, la libertà di circolazione, una concessione dall’alto e non piuttosto uno degli inalienabili diritti costituzionali, che noi italiani abbiamo consentito al Governo di limitare per un po’, purché per ragioni comprovate di tutela della salute, per un arco di tempo limitatissimo e nell’ambito – almeno così dovrebbe essere – di rigide norme democratiche. L’Esecutivo, ricordiamocelo, è un organo al servizio del Paese e gli italiani sono ancora, piaccia o meno a Di Maio, cittadini e non certo sudditi.
Mes e M5s, un punto di non ritorno
Chissà cosa staranno pensando quegli elettori, allora furono circa un terzo dei votanti, che nell’ormai lontanissimo 2018 scelsero di riporre la propria fiducia nel Movimento Cinque Stelle, convinti di aver trovato dei campioni non solo di onestà, ma anche di fermezza contro le politiche antisociali di Bruxelles. Con la decisione di acconsentire alla riforma – ulteriormente peggiorativa – del meccanismo europeo di stabilità quel movimento sembra aver toccato il definitivo punto di non ritorno nel processo che ha visto la trasformazione dei pentastellati da partito anti sistema in forza di establishment. Ieri alla fine, dopo la Camera, anche il Senato ha dato il via libera alla riforma del Mes e non c’è stato alcuno scossone significativo, se si eccettuano alcuni dissidenti che sono rimasti fedeli alle proprie idee votando contro. Inutili i filosofismi, il dire che l’aver approvato le dichiarazioni di Conte non significhi in automatico approvare la riforma, inutile assicurare che l’Italia alla fine non avrà bisogno di accedere al famigerato meccanismo europeo: ormai la credibilità delle affermazioni lascia il tempo che trova. E gli italiani se ne sono accorti, come dimostrano le ultime amministrative e i sondaggi sulle preferenze, che attestano l’evaporazione di quello che fu il movimento. Dopo aver ceduto su pressoché tutti i temi, con il dietrofront anche sul Mes si è consumato il completo tradimento del voto degli italiani, che avevano premiato le forze, fra cui il M5S, che si mostravano come le più ostili verso le politiche europee di austerità, che già dopo la crisi economica del 2008 si erano dimostrate fallimentari, economicamente infondate e politicamente insostenibili. Adesso, con la crisi Covid, ci risiamo: il nuovo Mes non è migliore del vecchio, è anzi ancora peggiore, ideato per rispondere in tutto e per tutto agli interessi di quegli stessi Paesi responsabili di aver distrutto il ceto medio in Grecia grazie alle riforme lacrime e sangue. La nuova configurazione del Meccanismo europeo di stabilità imporrà agli Stati che chiederanno di accedere al fondo una ristrutturazione del debito con un conseguente commissariamento dell’economia, ovvero possibile default pilotato e collasso del sistema bancario a danno dei risparmiatori. Un cappio al collo per i prossimi governi nazionali, che accentuerà il potere ricattatorio delle istituzioni europee. E come i vecchi meccanismi parevano cuciti addosso alla Grecia per approfittare della sua situazione economica, quelli attuali con ogni evidenza sembrano indirizzati contro l’Italia, già fortemente indebitata e ora in grave difficoltà. Ancora è possibile opporsi, nelle successive fasi di ratifica e – speriamo non accada – accesso al Mes, bloccando questo meccanismo dannoso, ma la via d’uscita sembra sempre più stretta. Servirebbe un sussulto di coerenza da parte dei grillini, o, ancor meglio, un ritorno alle urne per far misurare il “nuovo” M5s filo-austerity con gli italiani e per impedire che, come sta accadendo, si portino avanti, in un Parlamento blindato, politiche opposte a quelle promesse grazie ai voti degli elettori. Illusi di aver trovato dei rappresentanti con determinate idee e che si sono invece ritrovati dei veri e propri voltagabbana al potere.
